Maestro della Croce di Mombaroccio
8 giugno 2020

Lucantonio di Giovanni Barberetti ?
(documentato a Camerino e Visso dal 1485, morto tra il 1527 e il 1528)
Madonna stante col Bambino
1490 circa
Legno scolpito, dipinto e dorato, h. cm 70
Camerino, Pinacoteca e Museo Civici, in deposito dalla Galleria Nazionale delle Marche – Urbino
inv. S 134
Dalla chiesa parrocchiale di Santa Croce di Croce di Caldarola (MC)

 

La Vergine stante, vestita con i consueti abito rosso e manto azzurro risvoltato d’oro, sorregge con la mano sinistra il Bimbo seduto e con la destra il gomito del piccolo, che si aggrappa scalpitante con energica presa al mantello e alla spalla della Madre. Questa china leggermente la testa a fissare pensierosa un punto nel vuoto, mentre il figlio, vestito con una tunica bianca bordata da racemi vermigli e da una mantella rossa, anch’essa risvoltata d’oro, rivolge lo sguardo al cielo.
Da un punto di vista conservativo, l’intaglio appare buono, nonostante il piedistallo molto consunto, e le dorature, dove non sono cadute, lasciano intravedere il bolo sottostante. La policromia mostra evidenti lacune nella parte inferiore dell’opera e in molti punti del manto della Vergine, il cui colore azzurro è ottenuto dall’azzurrite “stesa soltanto sulla base gessosa appena scurita da carbone” (Casciaro 2006).
Il piccolo gruppo ligneo, prima di essere venduto illecitamente nel 1958, era ubicato nella sagrestia della chiesa parrocchiale di Santa Croce di Croce di Caldarola. Con l’alienazione l’opera passa tra le mani di diversi mediatori, peregrinando da Foligno a Roma e giungendo, infine, presso il mercato antiquario di Bergamo nel dicembre del 1959. Il 4 febbraio 1963 l’opera viene sequestrata dal Nucleo di Polizia Tributaria della città lombarda e consegnata, il 27 novembre 1965, a Giuseppe Marchini, Soprintendente alle Gallerie delle Marche (Archivio della Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantroplogici delle Marche – Urbino, ASBSAEM, Busta 9-MC, fascicolo 9-MC/2, ora nell’Archivio della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle Marche – Ancona). Divenuta di proprietà statale, l’opera è stata custodita nei depositi della Galleria Nazionale delle Marche fino al 2006, anno in cui è passata in deposito presso la Pinacoteca e il Museo civici di Camerino.
Una prima descrizione dell’opera, sommaria anche se azzeccata nelle comparazioni con altre sculture del territorio, ci arriva dalla lettera del 1961 che ne testimonia l’ubicazione e ne segnala la vendita abusiva. Il testo è scritto dall’ispettore onorario di Camerino, il canonico Giacomo Boccanera, che ne trascrive i dati in suo possesso: “Statua di legno […] rappr[esentante] Madonna eretta con Bambino in braccio. Manto celeste e veste rossa. Arte It[alia] Centrale s[ecolo] XV (ma potrebbe anche essere del s[ecolo] XVI), malamente riverniciata tranne che negli ori. Analoga, ma più piccola delle due statue di Crispiero (Castelraimondo) e di Valpovera (Camerino)” (ASBSAEM, B. 9-MC, f. 9-MC/2, lettera indirizzata al Soprintendente G. Marchini, n. prot. in arrivo 1420 in data 25-10-1961).
La critica inizia a dedicarsi a questa scultura in occasione della mostra urbinate “Restauri nelle Marche” del 1973, quando Donatella Renzi Boccanera l’avvicina, “per le precise rispondenze di linguaggio figurativo e di stile”, al gruppo in cui appaiono le Madonne sedute e ora trafugate di Pievetorina e di Villa Sant’Antonio. Da un “punto di vista iconografico” la studiosa nota che l’esempio più prossimo sia la Madonna di Corinaldo conservata nella Galleria Nazionale delle Marche, le cui “delicate cadenze tardogotiche” si presentano, nella Madonna di Croce di Caldarola, come “vaghe suggestioni gotiche” e “pallidi echi del gotico [ha]nchement”. Di tardo gotico, per la Renzi Boccanera, l’opera mantiene comunque quella “levità della figuretta della Vergine” non più percepibile nelle monumentali Madonne di Valpovera, – ora a Calcina – e di Crispiero. L’intensità e la presenza o meno degli elementi gotici diventano così, per la studiosa, il metro di giudizio utile a collocare cronologicamente l’opera, ritenuta della fine del XV secolo, anteriore alle due ultime statue citate e posteriore alla Madonna di Corinaldo, “uno dei capostipiti di questa interessante famiglia” (Renzi Boccanera 1973).
Dopo vari interventi critici, Don Angelo Antonio Bittarelli inserisce la Madonna di Croce nel gruppo di otto statue realizzate da un unico artista, in cui rientrano le Madonne stanti di Crispiero, di Corinaldo, di Valpovera, la Madonna Bella di Camerino e quella della Misericordia di Treia, entrambe nella Galleria urbinate, la Madonna della Misericordia di Baregnano e la Santa Lucia di Varano, ora ospitate nel Museo Diocesano di Camerino. L’opera in questione appare al canonico come l’espressione di una “tenerezza nuova”, dove, ripetendo anche molti elementi delle Madonne di Corinaldo e di Crispiero, “il rinascimento ha segnato un momento sicuro, e l’iconografia ha raggiunto la maturità. Subito dopo non può esserci che la crisi” (Bittarelli 1993).
Raffaele Casciaro, contravvenendo a quanto detto dalla Renzi Boccanera, ritiene che “l’intera serie delle opere citate” dalla studiosa non vada suddivisa in più gruppi, ma che al contrario le tante analogie tra le sculture siano l’indizio di appartenenza ad un insieme unitario. L’attenzione dello studioso, riguardo alla nostra statua, cade anche sulla “dolcissima figura del Bimbo”, considerata della “stessa paternità delle figure infantili delle più grandi Madonne di Corinaldo e congregazione di Carità, oltre che di quella di Macereto, alla quale appare legata nella posa e nel sentimento” (Casciaro 2002). Altrove, sempre in riferimento al piccolo Gesù, Casciaro nota che “ritorna pressoché identico da Macereto a Croce di Visso, da Croce di Caldarola a Collescille, a Corinaldo”. Con l’espressione “stessa paternità” lo studioso non intende indicare un’unica personalità artistica, ma una bottega a cui ha dato nel 2002 il nome convenzionale di Maestro della Madonna di Macereto, dal gruppo eponimo ora conservato nel Museo civico di Visso, riconoscendovi in via ipotetica la bottega di Domenico Indivini, intagliatore, intarsiatore e scultore ligneo (Casciaro 2005). Il gruppo di Croce di Caldarola, entrando a far parte del corpus delle opere del Maestro della Madonna di Macereto, viene indicato come “la riduzione in piccolo formato, leggermente variata” della Madonna di Corinaldo (Casciaro 2005) e, in altra sede, come “la statuetta” che “replica lo schema e la soluzione compositiva di una nutrita serie di Madonne in piedi col Bambino” (Casciaro 2002). Insieme a queste viene a ragione fatta derivare dall’ancora tardogotica Madonna Bella della Congregazione di Carità di Camerino, databile intorno al 1470 e identificata da Casciaro come la “capostipite” di tutte le Madonne stanti col Bambino della bottega (Casciaro 2005). L’esecuzione della Madonna di Croce, per “certe cadenze goticheggianti del manto e” per “il taglio molto allungato degli occhi della Vergine”, viene fatta risalire dallo studioso al 1480 circa (Casciaro 2002). Che la nostra Vergine rientri nel corpus del Maestro di Macereto risulta anche da come Casciaro descrive le policromie presenti nei volti delle Madonne e di altre sculture, con “la sottilissima arcata delle sopracciglia che prosegue senza interruzione dal contorno delle canne nasali descrivendo un semicerchio perfetto, le ciglia rese a brevi segmenti neri paralleli o l’incarnato chiarissimo su cui staccano gli zigomi arrossati”, stilemi che rappresentano la cifra tipica della statuaria del Maestro della Madonna di Macereto, nonché di alcuni dipinti di Lorenzo d’Alessandro. Una relazione che ha fatto “cautamente” ipotizzare allo studioso “che fosse la bottega di Lorenzo a occuparsi della policromia di questi legni”. In seguito alle dovute ricerche di archivio, nel 2006 Casciaro avanza, senza motivarla, la probabile attribuzione della piccola Madonna a Lucantonio di Giovanni Barberetti, che insieme a Domenico Indivini e a Sebastiano d’Appennino ora si contendono il catalogo delle opere del Maestro della Madonna di Macereto (Casciaro 2006).
Francesca Coltrinari parla della Madonna di Croce di Caldarola in riferimento alle “sculture di piccole dimensioni […] documentate anche all’interno del gruppo legato alla Madonna di Macereto […], che si qualificano come versioni ridotte o messe a punto di prototipi sperimentati nella bottega”. Proprio per le sue ridotte dimensioni, l’opera viene messa in relazione con il San Sebastiano di Castiglioni di Caldarola (Coltrinari 2006), ma potrebbe anche essere collegata, come indica Matteo Mazzalupi, su suggerimento di Maria Giannatiempo Lopez, con i “Crocifissi di Montalto di Cessapalombo e della stessa Croce di Caldarola” (Mazzalupi 2006).
Mazzalupi ha il merito di aver ritrovato i documenti riguardanti Lucantonio di Giovanni Barberetti, riuscendone a ricostruire la biografia (Mazzalupi 2005 e 2006). Intuitivamente, lo studioso affianca allo scultore una bottega familiare che potrebbe aver condotto con l’aiuto del fratello Giustiniano, doratore e probabile pittore “responsabile delle policromie delle statue di Lucantonio”, ed avanza l’idea “che alcuni pezzi più antichi del Maestro della Madonna di Macereto, compreso il gruppo eponimo, si debbano” alla sua realizzazione (Mazzalupi 2006). Grazie al rinvenimento del contratto di allogamento e della quietanza finale, Mazzalupi scopre che il San Rocco della Basilica di San Venanzio di Camerino, ora conservato nella sagrestia, fatto eseguire dalla Confraternita di San Rocco e San Sebastiano nel 1514, appartiene proprio alla mano di Lucantonio. Per via attributiva lo studioso riferisce all’artista il Cristo Risorto e la Santa Caterina di Torricchio, entrambi nel Museo Diocesano di Camerino, la Santa Caterina delle Caselle, ora nella Pinacoteca e Museo Civici di Camerino (Mazzalupi 2005 e 2006), la Madonna seduta di Croce di Visso, conservata nel locale Museo Civico e Diocesano, e il nostro gruppo di Croce di Caldarola. Quest’ultimo viene indirizzato verso il nome di Lucantonio per “l’esecuzione meno sorvegliata” e avvicinato nella fisionomia “a opere come la Santa Caterina delle Caselle”, datata 1506 nell’iscrizione che riporta. Per i tratti “meno carnosi” del volto, la Vergine si relaziona ancora con la Madonna di Corinaldo e con la Madonna di Croce di Visso, riferibile al 1500, la quale si accosta alla nostra statua anche per il manto che lascia il “capo quasi scoperto” (Mazzalupi 2006). Su queste basi, Mazzalupi ritiene che la scultura sia “un’opera ben anteriore, ancora intorno al 1490, rispetto a quelle più agevolmente avvicinate” a Lucantonio di Giovanni.
Si può concordare con la datazione e con questa attribuzione, tenendo però presente, sempre con Mazzalupi, che non è facile “stabilire a quale delle diverse mani riunite nel catalogo del Maestro della Madonna di Macereto si debba attribuire questa Madonna” (Mazzalupi 2006). Se poi si aggiunge che per le sue piccole dimensioni l’opera rappresenta un unicum all’interno della statuaria di identica iconografia appartenente al corpus del Maestro di Macereto, si comprende l’impossibilità in fase attributiva di trovare riscontri comparativi con sculture dalle simili misure dello stesso soggetto. La critica ha trovato molte analogie con le Madonne stanti di più grandi dimensioni, come con la più equilibrata e lauranesca di tutte, la Madonna di Corinaldo. Al loro cospetto, però, il nostro gruppo fa intravedere a malapena una sproporzione tra i due volumi della Vergine e del Bimbo, dove quest’ultimo appare lievemente più imponente nel suo rapporto spaziale con la Madre, soprattutto se paragonato agli altri Gesù presenti nelle più note Madonne di Corinaldo, di Crispiero e di Valpovera.
Infine, nel volto della Vergine si nota un mancato accordo tra l’intaglio goticheggiante a fessura allungata degli occhi e la pittura, il cui colore marrone dell’iride, forse una ridipintura posteriore, esce dalle palpebre e allo stesso tempo una pennellata curva cerca di arrotondare gli occhi. Malgrado ciò, s’intravedono ancora sulle palpebre superiori i brevi tratti neri paralleli e verticali tipici delle ciglia di tutta la statuaria riferita al Maestro di Macereto.

Andrea Bernardini

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