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Puccio di Simone
30 marzo 2020

Orazio Gentileschi
(Pisa 1563 – Londra 1639)
La Visione di santa Francesca Romana
1618-1620
Olio su tela, cm 270 x 157
Urbino, Galleria Nazionale delle Marche
inv. D 96

 

Il dipinto, realizzato per la chiesa di Santa Caterina Martire dei benedettini olivetani di Fabriano, raffigura un evento miracoloso più volte ripetuto nella vita di santa Francesca Romana (1384-1440): l’aver ricevuto dalle mani della Vergine, assisa su vaporose nuvole, il piccolo Gesù Bambino. La non più giovane Francesca, accompagnata tradizionalmente dal suo angelo custode, accoglie teneramente tra le braccia il Bimbo, che le accarezza dolcemente il viso. L’episodio è riportato nella biografia scritta dal confessore della santa, Giovanni Mattiotti, e in quella di fra Ippolito da Roma, sicure fonti per il dipinto realizzato da Orazio Gentileschi, il quale ripropone la luminosità delle schiere angeliche e raffigura il Bambino all’apparente età di otto mesi.
Iconograficamente la tela ha due precedenti quattrocenteschi a Roma, certamente studiati da Gentileschi. Il primo è stato realizzato pochi anni dopo la morte della santa, nel ciclo di tavole raffiguranti la sua vita e le sue visioni, provenienti dalla chiesa olivetana di Santa Maria Nuova. Il secondo è stato compiuto poco dopo la sua beatificazione, avvenuta nel 1460, nel ciclo di affreschi dipinti da Antoniazzo e dalla sua bottega nella vecchia chiesa di Tor de Specchi, nella quale aveva avuto origine, nel 1433, la comunità delle oblate benedettine fondata dalla stessa Francesca.
La chiesa fabrianese di Santa Caterina Martire venne radicalmente ristrutturata tra il 1590 e il 1620 e si può quindi ipotizzare che la pala sia stata realizzata verso la fine di questo periodo.
In epoca napoleonica la tela sfugge alle requisizioni e passa, probabilmente, a Silvestro Marcellini, l’abate che continuava a vivere nel monastero olivetano, seppur soppresso, sotto la protezione dell’ufficiale della proprietà demaniale Carlo Rosei, il quale ereditò la collezione dell’abate alla di lui morte. Nel 1941 i coniugi Ugo e Carolina Agabiti Rosei vendettero il dipinto allo Stato italiano, che lo destinò alla Galleria Nazionale delle Marche.
La vicenda critica del dipinto, considerato a unanimità uno dei vertici pittorici di Gentileschi, comincia nel 1916 con Roberto Longhi, che considera la tela “una delle prime cose riescite sulla base dei valori, invece che sulla base dei colori”. L’opera, in effetti, è uno dei primi dipinti realizzati sui rapporti tra colore, luce e forma, che costituiscono il fondamento di tutta la pittura moderna, fino all’impressionismo di Monet e Renoir.
La semplicità compositiva e la descrizione minuziosa dei dettagli nel quadro, come nelle altre opere marchigiane di Orazio, hanno suggerito alla critica, di volta in volta, l’influsso dell’arte fiorentina o di Santi di Tito o dei maestri del ’400, nonché della pittura marchigiana di Lotto. Per Keith Christiansen (2001) questo dimostra che il linguaggio visivo del pittore esprime “il clima in cui il quotidiano viene pervaso dal divino”, ponendosi  in “una strettissima dipendenza dalle posizioni controriformistiche in materia di arte religiosa”, come quella più conservatrice del fabrianese Giovan Andrea Gilio, assimilate in gioventù dal pisano a Roma tra il 1580 e il 1590. Non si può non notare, infatti, che la pala per gli olivetani di Gentileschi osserva “i due principi gemelli della fedeltà alla fonte storica – ovvero biblica o agiografica – e del senso della decenza e proprietà”, difesi da Gilio nel suo dialogo relativo agli abusi in arte, pubblicato nel 1564. La manifestazione del divino irrompe in un quotidiano esemplificato dai gradini scalfiti dall’usura, dalle pantofole della santa, raffigurata come una matrona, e dal libro di preghiere. E, ancora, il dualismo tra il metafisico e il reale si coglie pienamente nel contrasto tra la luce aurea originata dalle schiere angeliche del fondo e la luce reale che proviene con forza da destra, illuminando splendidamente i volti e i panneggi degli abiti dei personaggi. Il magico risultato ottenuto da Orazio può farci affermare, assieme a Christiansen, “che con la presente opera il realismo caravaggesco acquista un nuovo carattere devozionale, oltre che estetico”.

Andrea Bernardini

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