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Paolo Uccello
(Firenze, 1397-1475)
Miracolo dell’ostia profanata
1467-1468
Tempera su tavola, cm 43 × 351
Urbino, Galleria Nazionale delle Marche
inv. DE 231
Dalla chiesa di Santa Maria di Pian di Mercato della confraternita del Corpus Domini di Urbino

 

 

La tavola con il Miracolo dell’ostia profanata è stata dipinta da Paolo Uccello tra il 1467 e il 1468, come  testimoniano i pagamenti ricevuti dal pittore quando si trovava a Urbino con il figlio Donato. Il dipinto costituisce la predella della grande pala d’altare raffigurante la Comunione degli Apostoli, non eseguita dal pittore fiorentino per motivi legati all’età e alla salute, ma compiuta tra il 1473 e il 1474 dal fiammingo Giusto di Gand. Le due opere vengono realizzate per la chiesa di Santa Maria di Pian di Mercato della confraternita del Corpus Domini di Urbino e, con la demolizione nel 1708 di quest’ultima, passano nella vicina chiesa di Sant’Agata. Negli anni la predella viene separata dalla pala e se ne perde ogni traccia, fino a quando, prima del settembre 1857, viene ritrovata in una soffitta del Collegio degli Scolopi, “scrostata in moltissime parti, traforata da chiodi, ed alterata nelle tinte con la calce e con l’acqua” (S. Servanzi Collio 1858). Fatta prontamente restaurare, nel 1861 entra come deposito nel neonato museo dell’Istituto di Belle Arti di Urbino.
In un primo momento la realizzazione della pala d’altare con la sua predella vengono affidate nel 1456 a Bartolomeo di Giovanni Corradini detto “Fra Carnevale”, ma il 5 giugno dello stesso anno il pittore rinuncia all’incarico. Terminata la predella, la confraternita del Corpus Domini cerca di assegnare nel 1469 la commissione a Piero della Francesca, che non accetta il lavoro dopo aver visionato la grande tavola già preparata, probabilmente, per il Corradini o per l’Uccello.
La predella narra una vicenda avvenuta a Parigi nel 1290, raccontata nel XIV secolo da Giovanni Villani, e rispecchia la visione negativa che si aveva degli ebrei in Italia alla metà del ’400. In questo periodo nascono i Monti di Pietà, istituzioni finanziarie senza scopo di lucro create da alcuni ordini monastici per la gestione dei prestiti di modeste quantità di denaro, con l’obiettivo di sostituirsi ai banchieri ebrei. A Urbino il Monte di Pietà viene istituito nel 1468 con il benestare della contessa Battista Sforza, moglie di Federico da Montefeltro.
Il racconto, ritmato dallo spazio prospettico-architettonico e dai paesaggi notturni, si svolge in modo quasi favolistico e si compone di sei scene intervallate da rigonfie colonnine rosse. Nel primo episodio si vede una donna che vende un’ostia consacrata a un usuraio ebreo. Nel secondo è raffigurato il momento in cui l’ebreo e la sua famiglia, dopo aver messo l’ostia sul fuoco, assistono al suo miracoloso sanguinamento, che richiama le figure dei gendarmi armati. Nella terza scena si assiste alla riconsacrazione dell’ostia. Nella quarta viene raffigurata l’impiccagione della donna sacrilega. Nella quinta l’ebreo e la sua famiglia vengono bruciati sul rogo. Nell’ultimo episodio sono rappresentati gli angeli e i demoni che si contendono l’anima della donna, laddove i diavoli, nel corso dei secoli, sono stati scalfiti dai fedeli nel tentativo apotropaico di scacciare il maligno.
L’opera è dipinta nel linguaggio maturo di Paolo Uccello, caratterizzato da forme e colori fantastici e dalle sue originali invenzioni prospettiche, per le quali anche Giorgio Vasari lo ricorda come colui che “non ebbe altro diletto, che d’investigare alcune cose di prospettiva difficili e impossibili”.

Andrea Bernardini

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