Puccio di Simone
30 marzo 2020
Soffitto Aquilini
11 marzo 2020

Raffaello Sanzio
(Urbino 1483 – Roma 1520)
Santa Caterina d’Alessandria (recto)
Specchiatura marmorea e iscrizione (verso)
1502-1503 circa
Tempera e olio su tavola, cm 39 x 15
Urbino, Galleria Nazionale delle Marche
inv. 1990 D 73

 

La tavoletta è stata acquistata dallo Stato italiano nel 1991 presso Christie’s a New York e destinata alle collezioni della Galleria Nazionale delle Marche di Urbino. Insieme al suo pendant, la Santa Maria Maddalena conservata dal 2000 presso la collezione Alana  fu segnalata da Roberto Longhi presso la collezione Contini Bonacossi a Firenze con l’attribuzione a Raffaello e una datazione agli anni fiorentini; passò poi nella collezione del dittatore filippino Marcos. L’ipotesi di identificare le due tavolette con i laterali che affiancavano “una piccola Nostra Donna del Perugino” — ricordati con l’attribuzione a Raffaello da Johann David Passavant come malamente restaurati e presentati uniti, contro uno sfondo di paese, nella collezione di Vincenzo Camuccini è stata smentita dall’individuazione di tale opera in un dipinto conservato nella collezione del duca di Northumberland ad Alnwick Castle. La santa è presentata in piedi, in una posa di elegante contrapposto, sopra la ruota simbolo del proprio martirio, vestita di un raffinato abito e con i capelli raccolti in un’elaborata acconciatura arricchita da un velo dorato, contro un fondale scuro decorato a motivi geometrici quadrilobati realizzati con una filettatura in oro.
Il verso della tavoletta è dipinto con una specchiatura a finti marmi colorati; al centro si trova un cerchio azzurro bordato di bianco con un’iscrizione, molto rovinata, in eleganti lettere capitali dorate, che riporta le parole di una preghiera dedicata alla Madonna: “BENEDI/CAT. VIRG/O MARIA”. Il disegno forato del Louvre inv. 783 DR recto, confermando l’autografia raffaellesca della tavoletta urbinate, talvolta messa in dubbio soprattutto a causa delle cattive condizioni di conservazione, si riferisce a una santa Apollonia, pur conservando tracce dei contorni della ruota di Caterina nella parte inferiore: la quadrettatura potrebbe indicare l’intento di riutilizzare il modello su scala maggiore e per una destinazione diversa.
Spicca in questa prova di ridottissime dimensioni la ricerca di una pittura preziosa e pungente, ancora percepibile nelle picchiettature di luce dorata che fanno risaltare l’abito rosso della santa affiancato al tono caldo del mantello, nella sprezzatura con cui la giovane tiene la palma del martirio, nell’imitazione sul verso della policromia del marmo. Sono caratteri che rimandano alla fase di maggiore prossimità del giovane Raffaello a Pinturicchio, sul 1502-1503, prima di tornare a misurarsi più risolutamente con la lezione di Perugino. D’altra parte la scioltezza della costruzione volumetrica della santa suggerisce un momento un poco più inoltrato rispetto alla Resurrezione di Cristo, e vicino piuttosto alla collaborazione tra Raffaello e Pinturicchio per la pala di Umbertide, commissionata al maestro umbro nel dicembre del 1502.
L’influenza di Perugino, pur con una diversa attenzione alla volumetria dei corpi, emerge nella posa della santa identica alla sant’Anna della Presentazione della Vergine al tempio della predella della Pala di Fano, cui collaborò forse il giovane Raffaello (1488-1497).
Ignota la destinazione, che si è suggerito di cercare nel legame con una “badessa appartenente a qualche famiglia patrizia di Perugia o di Urbino”. Probabilmente i colori predominanti del blu e dell’oro, simbolo della famiglia Montefeltro, riportano alla corte o quantomeno alla città di Urbino. Solo a titolo di congettura, si può collegare la commissione dell’altarolo all’entourage di una delle figlie del duca Federico, Elisabetta, che, rimasta vedova di Roberto Malatesta di Rimini nel 1482, si ritirò nel convento urbinate di Santa Chiara.
La donna, che contribuì a restaurare e arricchire il monastero con la propria dote, fu presa in ostaggio da Cesare Borgia nel 1502, per poi essere liberata e fare ritorno nel monastero nel 1503, dove trascorse il resto dei suoi giorni.
A quell’occasione di felice rientro potrebbe essere legata la commissione di quest’opera, come suggerisce la presenza della Maddalena protettrice delle penitenti (e quindi delle monache).

Valentina Catalucci

Condividi