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Luca Signorelli,
(Cortona 1450 ca. – 1523)
Crocifissione
Discesa dello Spirito Santo
1494
Olio su tela, cm 156 x 104 ciascuno
Urbino, Galleria Nazionale delle Marche
inv. 1990 D 60
inv. 1990 D 61

Le due tele con la Crocifissione e la Discesa dello Spirito Santo, inquadrate da un’incorniciatura rossa, blu e oro, costituivano in origine un gonfalone commissionato a Luca Signorelli dal pittore di maioliche Filippo Gueroli, su incarico della confraternita dello Spirito Santo di Urbino. A testimoniarlo è l’atto notarile conservato presso la Sezione di Urbino dell’Archivio di Stato di Pesaro, stilato da Antonio di ser Simone Vanni nel giugno del 1494, nel quale si chiedeva al cortonese di dipingere lo stendardo per la somma di 20 fiorini entro il settembre dello stesso anno. Il gonfalone venne separato, con molta probabilità, nel Settecento e le due tele furono inserite in telai non propriamente idonei, sostituiti nel restauro effettuato agli inizi degli anni settanta dello scorso secolo.
I dipinti entrarono nella Galleria Nazionale delle Marche a titolo di deposito temporaneo il 28 novembre 1915 e vennero sottoposti al restauro di Gualtiero De Bacci Venuti pochi mesi dopo. La scena con la Discesa dello Spirito Santo, iconograficamente ben definita grazie alla descrizione neotestamentaria, è ambientata in una stanza con porta e finestre serrate, ubbidendo così a una prassi che prende piede alla fine del XV secolo. Lo spazio perfettamente prospettico, dalle innumerevoli linee di fuga della pavimentazione, caratterizzata da marmi variopinti più volte proposti da Signorelli, è un omaggio al maestro Piero della Francesca e all’umanesimo matematico urbinate. Dal Poggetto ritiene che la stanza rievochi in scala più intima una delle sale del Palazzo Ducale di Urbino, “con la cornice modanata a separare le pareti dal nascimento della volta a botte, quasi come nella ‘Biblioteca del Duca’”.
Nella Crocifissione l’alta croce con Cristo domina l’intera scena e si staglia solitaria contro il cielo. Il Titulus Crucis, con le iscrizioni greca e latina orientate da destra a sinistra, va ricondotto alla scoperta nella basilica di Santa Croce di Gerusalemme a Roma, avvenuta nel 1492, del frammento di un’assicella lignea creduta l’autentico Titulus Crucis, dove le lettere delle stesse iscrizioni erano riportate invertite. Nella metà inferiore del quadro la drammaticità viene enfatizzata dallo svenimento della Madonna, assistita dalle pie donne, dalla compostezza di san Giovanni, che volge orante, proprio come la Maddalena, lo sguardo verso Gesù, e dallo sbigottimento espresso dai due soldati su cavalli bianchi ai lati della croce.
Durante le riprese riflettografiche effettuate in occasione dell’ultimo restauro, eseguito nel 2015 da Isidoro e Matteo Bacchiocca, sono stati scoperti sul verso della Crocifissione degli abbozzi, nascosti dalla tela da rifodero. Tra questi compare lo studio di un personaggio di spalle con braccio alzato e a cavalcioni su una sella, che potrebbe costituire una prima idea del soldato a cavallo con elmo e lancia presente a sinistra nella Crocifissione, raffigurato frontalmente con busto di tre quarti e viso di profilo (A. Bernardini in Raffaello e gli amici di Urbino 2019, p.53). Sia la figura abbozzata sia quella dipinta, infatti, torcono il busto, volgendo il viso verso l’alto e portando la mano alla fronte, come per cercare riparo dalla luce.

Andrea Bernardini

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